La biografia del dottor Francesco Bertè, per tutti Franco racconta la vita di un uomo che nonostante la preparazione scientifica si è fatto piuttosto guidare dal cuore, dalla passione ma soprattutto dalle nuove sfide, specie quelle con se stesso.

Storie di uomini e donne che hanno drammaticamente sbagliato, spaccati esistenziali strappati all’anonimato della vita da reclusi, grida di dolore che possono finalmente uscire dalle sbarre e trovare una voce capace di raccontarle. Con rispetto, con compassione (in senso davvero etimologico), con serietà. Sono storie dense di umanità che solo un medico può, e sa raccontare. Un medico che comincia la sua carriera, quasi per caso, con una breve supplenza presso la casa circondariale di Bergamo, per poi ritrovarsi, dopo 29 anni di lavoro trascorsi sempre a stretto contatto con la realtà dei detenuti, ad essere dirigente sanitario proprio del carcere di Bergamo. A raccogliere queste testimonianze sommerse e a raccontarle in forma romanzata con grande gentilezza ed umanità è Franco Bertè (Crotone, 1959), laureato in  Medicina e Chirurgia, specialista in odontoiatria, dal 1996 al 2010 dirigente medico della casa circondariale di Monza, già segretario regionale dei medici penitenziari, oggi dirigente sanitario della casa circondariale di Bergamo. Nel 2006 ha pubblicato “Nuovi giunti”, storie vere di detenuti, mentre da poche settimane è  uscita la sua nuova fatica letteraria dal titolo “I passi perduti”, pubblicata da Cairo Editore.

Storie che hanno arricchito la vocazione professionale di un medico facendolo diventare megafono della sofferenza di un’umanità degradata, reclusa, emarginata e troppo spesso dimenticata. Una scelta precisa di vita, quella di essere il medico di donne e uomini  detenuti in un carcere.” Il medico – come ci spiega il dottor Bertè con un sorriso caldo di umanità – è la prima persona che i condannati incontrano all’ingresso nel carcere (ogni detenuto deve essere visitato, prima di entrare in cella, per la compilazione della cartella clinica);  il medico è quella figura a cui i detenuti si rivolgono per le malattie del corpo ma più spesso per le sofferenze dell’anima”.

Non tutti infatti sanno che nelle case circondariali in Italia esiste una struttura sanitaria autonoma, che si occupa della salute dei detenuti, avvalendosi di medici specialisti esterni al carcere. In particolare, la Casa Circondariale di Bergamo vanta “un reparto di medicina all’avanguardia” – come sottolinea con forza il dott. Bertè – con oltre una decina di medici specialisti, tutti provenienti dall’Ospedale “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo, che si alternano nel carcere a completa disposizione dei detenuti. Compresi lo specialista di psichiatria, fra i medici più richiesti dai carcerati, il servizio di guardia medica 24 ore su 24 e il reparto del SERT per l’assistenza dei tossicodipendenti presenti all’interno del carcere. ” E poi vantiamo anche un personale infermieristico di alto profilo professionale – prosegue il dott. Bertè – a tutela della salute fisica e psichica dei detenuti. Tutto questo è molto diverso da un passato, non molto lontano nel tempo, riferito al vecchio Carcere di Città Alta, dove l’assistenza sanitaria dei detenuti era affidata ad un medico di base, che passava ogni tanto in base alle urgenze sanitarie del carcere”.

Dunque, le storie che Franco Bertè ci racconta sono tutte storie intrise di profonda umanità, anche quando si parla di detenuti “difficili”. Come è accaduto a “Bobo il glabro”, un detenuto ” irrequieto e tormentato, strappato allo psichiatra che cercava di sedarlo e agli infermieri che cercavano di tenerlo fermo”. Oppure a Kadija, donna nata in un villaggio del Marocco nella periferia di Casablanca, che si dichiara, attraverso le parole della mediatrice culturale del carcere Lathifa, “vecchia e finita”. Ha solo 38 anni ma ne dimostra molti di più, ” e mi ricorda tanto quelle donne che vedevo da bambino nei paesi del Suditalia”, annota Franco Bertè. O al signor Luigi, appena entrato in carcere, senza saperne la ragione. Sembra a prima vista un tecnico, è ben vestito. Si scoprirà che è un regista arrivato dalla Bulgaria, accusato di “latitanza”. Separatosi tre anni prima dalla moglie italiana e trasferitosi in Bulgaria, non aveva mai ricevuto le notifiche per il versamento degli alimenti alla ex moglie. Quindi, non essendo stato intercettato, una volta condannato in contumacia, era stato dichiarato latitante e immediatamente prelevato e condotto in cella, appena aveva toccato il suolo italiano. “Sembra la trama di un brutto film”, riferisce Franco Bertè a conclusione di questa vicenda. O ancora, la storia di strana umanità di un carcerato che, operato per una piccola cisti, sotto l’occhio sinistro, saluta sorridendo il dottor Bertè e dice, indicando un’altra cisti sotto l’occhio destro: ” Dottò, fra sette giorni esco… ma alla prossima rapina … togliamo anche questa”.

Tutte storie autentiche di vita vissuta, certamente vite sbagliate, ma da cui trapela un interrogativo costante: come rieducare il condannato, come restituirlo ad una vita dignitosa, degna di essere vissuta? “Non certo tenendo un uomo o una donna reclusi dentro una cella, in un tempo vuoto che non passa mai – dichiara il dottor Bertè – Bisogna consentire ai detenuti di lavorare, anche fuori dal carcere. E’ questa l’unica possibilità per un dignitoso riscatto di vita”. E il dottor Bertè cita i modelli esemplari dei carceri di Germania, Norvegia e Finlandia, ma anche qualche raro caso sperimentale in Italia, dove il lavoro è assicurato a tutti, a almeno ad un buon numero di detenuti, tramite sistemi garantiti di controllo e di sicurezza. ” Un carcerato, in Italia, costa circa 300 euro al giorno, e non lavora. – prosegue Bertè –  Pensate quanti lavori di pubblica utilità potrebbero essere affidati ai detenuti, consentendo loro una condizione di vita dignitosa, capace di vincere la noia, la depressione, i disturbi mentali e del comportamento, malattie tipiche del carcere, che costringono i detenuti a vivere soltanto per lottare e vincere su se stessi. Le pene servono, ma non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, come recita l’art. 27 della Costituzione”.  Il problema del recupero del detenuto passa, dunque, anche attraverso stategie progettuali, che devono essere concesse al recluso, per vincere il tormento del nulla, perchè, come scrive Bertè, “dentro il carcere mancano i progetti, non si vede la quotidianità, non ci sono affetti, o comunque il loro calore è talmente distante da non produrre alcun effetto”. E il tempo inutile e vuoto del carcere è proprio quello che distrugge ogni residuo di consapevolezza, di speranza e di dignità personale. Ascoltare le voci di straordinaria umanità dei detenuti, sentire quei “passi perduti” nel chiuso di una cella può aiutare ciascuno di noi a partecipare a distanza a quei drammi, nella rinnovata consapevolezza che “la vita va rispettata e e che anche dall’abisso del male c’è ritorno”.

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